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mercoledì 26 ottobre 2011

Marco Travaglio sta con i NO-TAV ..... e io pure



Spiace per i gufi e gli sciacalli dei partiti e dei giornali, ma alla manifestazione anti-Tav è filato tutto liscio: 10-15 mila persone a volto scoperto, armate soltanto delle proprie ragioni, come nella stragrande maggioranza dei cortei degli ultimi vent’anni in Val di Susa. Che non sono ideologici o emotivi: sono basati sui dati e non c’entrano nulla con la sindrome Nimby (non nel mio quartiere).La gente della Valsusa, come ogni italiano sano di mente, non è contro le opere pubbliche. È contro quell’opera. Perché non serve a nulla, costa uno sproposito, devasta ambiente e paesaggio molto più dello smog causato dai tir. Chi avesse ancora dei dubbi si riveda su Internet la prima puntata di Report. Emanuele Bellano ha messo a confronto le ragioni dei Sì Tav e dei No Tav e, per i primi, è stato un bagno di sangue. Anzi di ridicolo. Il giornalista sbatteva i dati ufficiali in faccia allo sgovernatore del Piemonte, l’acuto Roberto Cota. Il quale, con lo sguardo penetrante tipico della triglia lessa, rispondeva con supercazzole del tipo: “La Tav (per lui, treno è famminile, ndr) apre il Piemonte e tutto il sistema-Paese all’Europa. Prima di tutto è un’apertura psicologica, di prospettiva”. Inutile far notare che la linea ferroviaria storica Torino-Modane è sottoutilizzata per un sesto della sua capacità: “Se vuole intervistarmi sulla Tav, prenda appuntamento”. Poi se la dava a gambe. Come tutti i politici di destra, di centro e del Pd quando s’imbattono nei fatti e nei dati.Nel 1991 il primo studio di fattibilità commissionato dalla Regione al comitato Alta Velocità prevedeva che il traffico passeggeri fra Italia e Francia sarebbe passato da 1 milione e mezzo di persone a 7,7 milioni nel 2002. Invece, vent’anni dopo, è precipitato a 7-800 mila. Dunque il Tav non serve per il trasporto passeggeri. Infatti, per giustificarlo ex post, si prese a dire che era indispensabile per le merci e gli cambiarono nome: da Alta Velocità ad Alta Capacità. Purtroppo, secondo l’Ufficio Federale Trasporti della Svizzera, il traffico merci fra Italia e Francia sta colando a picco da 10 anni: dagli 8 milioni di tonnellate del 2000 ai 2,5 del 2009. Infatti gli interporti di Susa e Orbassano sono semideserti e i treni merci sulla linea storica Torino-Modane sono vuoti all’80%: potrebbero trasportare 20 milioni di tonnellate, invece ne scarrozzano meno di un sesto. Il grosso delle merci passa dal Gottardo e dal Brennero.Ma ecco la trovata geniale del sottosegretario ai Trasporti, Mino Giachino: “Il progetto è stato riconvertito da passeggeri a merci perché è caduto il muro di Berlino (in verità era già caduto nel 1989, due anni prima che partisse il progetto, ndr). Ma la Tav (e dàgli, ndr) consentirà di collegare le merci da Lisbona a Torino fino a Kiev”. Resta da capire quali merci il Portogallo dovrebbe spedire in Ucraina alla velocità della luce, e viceversa. Ma ecco l’ultima scusa inventata da Cota: l’“apertura psicologica”. Un bel buco psicologico, anzi psichiatrico di 50 km che in 15 anni di lavori asporterà 1 milione di tonnellate di detriti da una montagna ricca di amianto e radioattività. Il tutto per la modica cifra di 22 miliardi, salvo rincari. “Li pagheranno – osserva Milena Gabanelli – i nostri figli disoccupati”.Ma di queste cose è vietato parlare. Soprattutto per il Pd, passato da Falce&Martello a Calce&Trivello. Chiamparino, l’ex sindaco-banchiere, invita Bersani a farsi fotografare con Di Pietro e Vendola “solo se dicono pubblicamente che sono per la Tav (e ridàgli, ndr)”. Il sindaco-fossile Fassino definisce i No Tav “antistorici”. E il segretario regionale Morgando ha minacciato gli iscritti tentati dal manifestare contro il Dio Tav: “È dirimente per gli iscritti al Pd la non partecipazione. Non consideriamo legittimo che aderiscano alla manifestazione di domenica. Sarà messa in discussione la convivenza nel partito con queste persone”. Manco fossero dei pregiudicati. Anzi no, fossero pregiudicati verrebbero iscritti d’ufficio.


Marco Travaglio (fonte: Il Fatto Quotidiano, 25 ottobre 2011)

domenica 20 marzo 2011

Gino Strada: la guerra è stupida e violenta

“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia?
Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario?
Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione?
Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…
Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?
Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?
A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?
Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.
A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni?
Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace.
Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce.
Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?
Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

giovedì 17 marzo 2011

cosa succede se si è esposti alle radiazioni?


Nausea, perdita dei capelli, emorragie, e poi, a lungo termine, tumori alla tiroide e leucemie, la morte. Sono questi i possibili effetti dell’esposizione alle radiazioni. L’unità di misura è il sievert, che è un valore notevole, tanto che in genere si usa il suo sottomultiplo millisievert (mSv).Per dare un’idea della scala di valori, ciascuno di noi ogni anno assorbe, per via della radioattività naturale, in media 2,4 millisievert.

Una radiografia ordinaria comporta per il paziente un assorbimento di 1 millisievert, una Tac oscilla tra i 3 e i 4 mSvt, una Pet o una scintigrafia dai 10 ai 20 mSv. In radioterapia, ovviamente, le dosi salgono molto, in base al tumore che si intende distruggere, e possono superare i 40 mSv. I radiologi hanno come punto fermo la soglia di 6 mSv tollerabili senza conseguenze da un organismo sano.

In Giappone, nei pressi della centrale di Fukushima, si è raggiunta la quota di 400 mSv in un’ora di esposizione. Quali sono i possibili danni? Secondo le tabelle dell’Oms, se si viene esposti a un sievert (1.000 mSv) nell’arco di un’ora si incorre in alterazioni temporanee dell’emoglobina; quando si sale a 2-5 sievert si hanno perdita dei capelli, nausea, emorragie. Con 4 sievert assorbiti in una settimana si ha la morte nel 50% dei casi, con 6 è morte certa e immediata.Questo solo nel breve periodo. Nel lungo, come si è visto con drammatica precisione negli anni successivi a Chernobyl, anche dopo 20 e più anni, si rischiano tumori (soprattutto tiroidei), linfomi e leucemie. Le aree del corpo considerate più radio-sensibili sono quelle le cui cellule si moltiplicano molto rapidamente: la pelle, il midollo osseo e le ghiandole sessuali. Mentre reni, fegato, muscoli e sistema nervoso sono ritenuti radio resistenti, poiché le cellule che compongono questi tessuti si riproducono con minore facilità. I rischi più immediati, dunque, sono rappresentati da infiammazioni che coinvolgono la pelle e la bocca, da emorragie sottocutanee e perdita di capelli.Il tasso di mortalità è particolarmente elevato nell’arco di 45 giorni dal momento in cui si viene a contatto con le radiazioni. Contro la contaminazione, le uniche misure con una qualche efficacia sono il chiudersi in casa evitando il più possibile il contatto con l’aria esterna e l’assunzione di iodio, finalizzata a colpire le cellule ormai compromesse evitando che la contaminazione si diffonda nell’organismo. Fondamentale anche l’igiene personale, soprattutto il lavarsi accuratamente le mani. Nei casi più gravi, i piani di intervento di tutti i paesi del mondo prevedono l’evacuazione nel raggio di almeno 5 chilometri dal luogo dell’incidente nucleare.

venerdì 19 marzo 2010

RATZINGER, IL VATICANO E L'OMERTA' , sui casi di pedofilia la parola d'ordine è sempre stata "SILENZIO"

Basta, non ne posso più del papa che casca sempre dalle nuvole, e dice che ora si farà pulizia, e altre balle colossali.
Qui sta venendo fuori un marcio che per secoli il Vaticano ha cercato in tutti i modi di nascondere, oggi c'è un ANSA che parla di responsabilità dirette di Ratzinger (che sapeva degli abusi) nel periodo in cui era alla guida dell'Arcidiocesi di Monaco.
I pedofili non sono mai stati allontanati dalla Chiesa, venivano spostati in altre parrocchie liberi di stuprare di nuovo, qui la cosa grave è l'assoluto disinteresse per le tantissime, troppe, piccole vittime, che hanno avuto la vita rovinata per sempre, e in questo hanno una responsabilità anche i fedeli che vanno in chiesa tutte le domeniche, nel senso che invece di mettere la testa sotto la sabbia, dovrebbero incazzarsi e chiedere chiarezza alle loro parrocchie e ai loro cardinali, invece pensano che il problema non li riguardi, invece sono tutti a rischio, infatti nessuno saprà mai se, dietro un trasferimento di un prete, c'è un normale ordine clericale o un tentativo di nascondere un abuso.

Ora Ratzinger sta dicendo parole di condanna, promette giustizia e promette che i responsabili pagheranno; niente di più falso e ipocrita, fu proprio lui nel 2001 ad emanare una circolare a tutte le diocesi del mondo che imponeva il silenzio su tutti i casi di pedofilia, ordinando di occuparsi dei moltissimi casi internamente agli organi della Chiesa, ai quali non seguivano mai condanne o espulsioni, ma trasferimenti dei pedofili ad altre sedi, dove erano liberi di riperpetrare i loro abusi su altri bambini ignari ed innocenti; e oggi siamo ancora a parlar di questo finchè riusciranno ad insabbiare ancora tutto.
Guardate assolutamente il video di Nicotri (l'espresso) dove parla proprio di questa circolare.
italiani abbiate memoria e non cadete nel tranello di chi denuncia solo dopo che è stato scoperto come sta facendo Benedetto XVI.



La famosa puntata di Annozero sui preti pedofili del 2007, scatenò molte polemiche, ho ritenuto utile mettere il collegamento per rivederla, utile soprattutto per i buoni cattolici, che spesso ignorano i comportamenti del Vaticano di fronte ai casi di pedofilia, che ha per anni insabbiato nel silenzio migliaia di casi, complice una lettera di Ratzinger spedita ai vescovi di tutto il mondo.

Vedi la puntata

Ed ecco il documentario della BBC in 4 parti di cui si parla nella puntata:




martedì 9 marzo 2010

articolo del Fatto sul "Presidio della memoria" del 6 marzo 2010

-Ecco l'articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano che aprla del Presidio della Memoria del 6 marzo 2010:

"L’Aquila accoglie il dolore d’Italia"
NEL CAPOLUOGO LA MANIFESTAZIONE PER RICORDARE LE VITTIME DI STRAGI E CALAMITÀ
di Giampiero Calapà (Fatto Quotidiano del 7 marzo 2010)

Nel silenzio del centro storico fantasma, a L'Aquila ieri l'urlo di rabbia ha risuonato più forte: "Le istituzioni li hanno già dimenticati. 6 aprile, 3:32, chi ha ucciso i nostri figli?". Striscioni, scritte bianche su sfondo nero, hanno aperto il corteo di oltre mille e cinquecento persone: le foto delle vittime del sisma abruzzese e quelle di altre recenti tragedie d'Italia, come la strage di Viareggio, hanno sfilato insieme ai loro cari; un pezzo di Paese accomunato nel dolore, ma che non rinuncia a indignarsi.
Undici mesi dopo quel sisma, L'Aquila diventa la capitale morale di chi chiede giustizia e verità, di chi non si rassegna all'oblio, di chi non accetta una legge, quella sul cosiddetto processo breve, che spazzerebbe via la possibilità di accertare le responsabilità di troppi disastri. Così i familiari delle vittime del 29 giugno scorso nella cittadina Toscana, quando un’esplosione maledetta alla stazione, si è portata via 32 persone. Sono loro i primi ad arrivare, un centinaio, su due pullman. L'incontro con gli aquilani in piazza è caloroso, si guardano in faccia Daniela e Luigia e subito si capiscono. La prima ha perso la figlia a Viareggio, la seconda il 6 aprile ha rischiato la vita, tirata fuori dalle macerie da Vicky, il suo husky dodicenne. Luigia, dopo 65 anni vissuti nel centro storico de L'Aquila, adesso abita nelle casette di legno per gli sfollati. Non si lamenta, "c'è a chi è andata peggio, ma la situazione non è quella bella e patinata che vi hanno raccontato in televisione". I problemi sono tanti per chi era abituato, come lei, da sempre, a vivere la sua città. "Di farci pagare subito le tasse non si sono scordati", interviene un altro aquilano. “Però si sono ricordati subito - aggiunge un viareggino - di sistemare i loro guai con il decreto interpretativo, alla seggiola non rinunciano". Prende la parola la signora Anna, suo marito ha 72 anni e un'invalidità lo costringe sulla carrozzella. Nella casetta prefabbricata di legno le porte interne sono troppo piccole, "così è costretto a strisciare a terra per andare a letto".
Al tramonto le fiaccole si accendono, nel frattempo piazza della Fontana luminosa si è riempita e il corteo può partire. Sono arrivati anche i genitori dei 27 bambini morti con la loro insegnante per il crollo dell'edificio scolastico, a San Giuliano di Puglia nel 2002. Ci sono anche i comitati di familiari, compagni di lavoro e amici dei lavoratori della ThyssenKrupp, 5 dicembre 2007, sette morti bianche. Dalla Sicilia, invece, ecco i parenti delle vittime di Giampilieri, era lo scorso ottobre e un nubifragio sconvolgeva e spaccava la terra di gran parte della provincia di Messina. Ci sono addirittura le madri di Plaza de Mayo. Poi c'è il "popolo delle agende rosse", il movimento fondato da Salvatore Borsellino per chiedere la verità sulle stragi e sulla fine di suo fratello Paolo. Non ha potuto partecipare, bloccato a casa da motivi di salute. Ha mandato comunque un messaggio per sottolineare l'importanza della presenza a L'Aquila "dei partigiani della Nuova Resistenza, perché l'Abruzzo ha bisogno di giustizia e verità". Solo un giorno prima il procuratore capo de L'Aquila Alfredo Rossini si è detto convinto "della presenza di infiltrazioni mafiose in città". Oggi pomeriggio ancora mobilitazione, con la seconda domenica di "rivolta delle carriole" nella zona rossa del centro storico.

mercoledì 8 luglio 2009

THE GUARDIAN, l'articolo che parla dell'espulsione dell'Italia dal G8

Crescono le voci sull’espulsione dell’Italia dai G8 mentre i piani del vertice sprofondano nel caos
Articolo pubblicato lunedì 6 luglio 2009 in Gran Bretagna.
[The Guardian]

Mentre gli Stati Uniti cercano di essere propositivi riguardo al vertice, l’Italia viene criticata per la mancanza di organizzazione e per aver disatteso gli impegni per gli aiuti ai paesi poveri.

Stando a quanto sostengono alti funzionari di Paesi occidentali, i preparativi per il G8 che si terrà nella città de l’Aquila mercoledì prossimo sono stati talmente caotici da far crescere le pressioni degli altri Stati membri per espellere l’Italia dal gruppo. Nelle ultime settimane precedenti al vertice, in mancanza di iniziative significative per definire l’ordine del giorno, gli Stati Uniti sono subentrati organizzando i cosiddetti sherpa calls (teleconferenze tra alti funzionari) in un estremo tentativo di dare un senso al vertice.

“L’organizzazione di sherpa calls da parte di un altro Paese è senza precedenti. È una sorta di ‘opzione nucleare’”, ha affermato un alto funzionario di uno stato membro dei G8. “Gli italiani sono stati semplicemente terribili. Non ci sono stati né programmi né piani”. “Il G8 è un club e i membri del club hanno precisi doveri, che l’Italia ha disatteso”, ha dichiarato un funzionario europeo coinvolto nell’organizzazione.

Voci di corridoio sembrano ventilare l’ipotesi di un’espulsione dell’Italia dal G8 o da qualsiasi altro gruppo che dovesse succedergli. Aleggia tra le capitali europee il nome della Spagna, che potrebbe sostituire l’Italia, un paese con un reddito pro-capite più elevato ed una maggiore percentuale del PIL destinata agli aiuti.

Ieri il Ministro degli Esteri italiano non ha replicato a chi chiedeva di commentare tali critiche. “I preparativi italiani per il vertice sono stati caotici dall’inizio alla fine” ha affermato Richard Gowan, analista presso il Centro per la Cooperazione Iinternazionale della New York University. “Gli italiani sin da gennaio andavano dicendo di non avere una visione chiara del vertice e che avrebbero volentieri accettato istruzioni dagli americani, qualora l’amministrazione Obama avesse avuto qualsiasi idea”.

Gli incontri guidati dagli Stati Uniti sono sfociati in un accordo su un’iniziativa relativa alla sicurezza alimentare alcuni giorni prima del vertice de L’Aquila, la cui portata deve essere ancora negoziata. Gordon Brown ha dichiarato che il Regno Unito contribuirà con 1.1 miliardi di sterline al progetto, finalizzato all’aiuto degli agricoltori nei paesi in via di sviluppo. Tuttavia, i funzionari che hanno visionato il resto della dichiarazione congiunta affermano che vi sono pochi elementi di novità. I critici sostengono che il governo Berlusconi ha compensato questa mancanza di sostanza allungando la lista degli invitati. Secondo alcune stime i Capi di Stato e di Governo che arriveranno a L’Aquila andranno dai 39 ai 44.

“Si tratta di una burla gigantesca”, ha sentenziato Gowan. “Gli italiani non hanno idee e hanno deciso che la cosa migliore da fare è quella di spalmare l’ordine del giorno in modo così sottile da nascondere il fatto di non averne alcuno”.

Silvio Berlusconi è stato pesantemente criticato per aver disatteso le promesse sugli aiuti allo sviluppo fatte quattro anni fa, stanziandone solo il 3%, e per aver pianificato tagli per oltre il 50% del budget riservato agli aiuti per l’estero.

Nel frattempo, le pagine dei giornali si sono riempite di notizie sulle feste di Berlusconi con giovani donne, seguite da lodi alla saggezza per aver deciso di organizzare il vertice in una regione sconvolta dalle scosse di assestamento tre mesi dopo un terremoto devastante, come gesto di solidarietà nei confronti della popolazione locale.

Le pesanti critiche rivolte all’Italia giungono in un momento in cui il futuro del G8 come forum destinato a fronteggiare i problemi del mondo è fortemente messo in discussione. All’inizio dell’anno il G20, che include anche le economie emergenti, era stato identificato come un possibile sostituto. Tuttavia durante il G20 di Londra, che si è tenuto ad aprile, il vertice è apparso come uno strumento troppo ingombrante per i funzionari statunitensi.

Il possibile sostituto per il G8 sembra essere con ogni probabilità tra i 13-16 paesi forti (inclusi quelli emergenti come la Cina, l’India, il Brasile, il Messico e il Sud Africa) che attualmente partecipano agli incontri come gli “outreach five” (“i cinque emergenti”). Ma qualsiasi transizione sarebbe dolorosa poiché i Paesi farebbero a gara per la poltrona.

L’espulsione dell’Italia è vista come possibile, ma l’entrata della Spagna al suo posto sembra alquanto improbabile. Gli Stati Uniti e le economie emergenti già considerano il gruppo esistente come troppo euro-centrico e preferirebbero una rappresentanza UE unificata. Molto improbabile, dato che nessuno Stato europeo vuole cedere il posto.

[Articolo originale " Calls grow within G8 to expel Italy as summit plans descend into chaos " di Julian Borger]
traduzione: italiadallestero.info

leggi anche: Berlusconi si gioca il futuro (El Pais 05-07-09)

mercoledì 6 maggio 2009

LA STAMPA ESTERA SUL CASO VERONICA LARIO - BERLUSCONI

Berlusconi dice che solo una certa stampa della sinistra sta attuando un attacco mediatico, allora ci viene in aiuto il sito italiadallestero.info, ecco alcuni articoli della stampa estera che dimostrano il contrario.

Le ripercussioni politiche e finanziarie del divorzio di Berlusconi

[Le Monde]

Questa volta è stato troppo: giovane, bionda, slanciata, studentessa e presentatrice televisiva occasionale, Noemi Letizia ha avuto la meglio sulla coppia formata da trent’anni da Silvio e Veronica Berlusconi. Dopo essere venuta a sapere della presenza di suo marito, la sera di domenica 26 aprile, alla festa di compleanno della ragazza alla periferia di Napoli, Veronica ha deciso di chiedere il divorzio dopo diciannove anni di matrimonio. “Una dolorosa questione personale”, ha commentato, domenica 3 maggio, il capo del governo italiano.
Quella sera, Noemi festeggiava i suoi 18 anni. Silvio Berlusconi le regala una collana: “Sono troppo contenta, ha dichiarato un po’ più tardi la giovane. Un regalo ancora più bello? ”Papi” non poteva farmelo”. “Papi”? È così che Noemi Letizia chiama Silvio Berlusconi.
Scoprendo il resoconto della serata martedì 28 aprile sul quotidiano La Repubblica, Veronica Berlusconi, seppur abituata alle infedeltà del marito, ha deciso di consultare un avvocato. Era già rimasta sorpresa dal sapere che suo marito si apprestava a presentare, sulle liste del suo partito alle elezioni europee, alcune prosperose soubrettes della televisione. La sera stessa, alle 10, manda una lettera all’agenzia di stampa Ansa.

Attacco su due fronti

Veronica Berlusconi attacca su due fronti. Politico: “La presenza di belle donne in politica non è né un difetto né una qualità, scrive. Ma quello che viene fuori oggi, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne”. Personale: “Non è mai venuto a nessun diciottesimo compleanno dei suoi figli, pur essendo stato invitato”.
Da parte sua, il capo del governo denuncia “una manovra della stampa di sinistra dalla quale la Signora si è lasciata ingannare”. Noemi Letizia? Una ragazzina che conosce da sempre e che non sarebbe altro che la figlia dell’autista di Bettino Craxi. Ma proprio il figlio dell’ex-presidente del consiglio morto in esilio smentisce: “Mio padre non ha mai avuto un autista dal cognome Letizia”. La stampa approfitta di questa vicenda privata. Quella dell’opposizione sostiene la first lady; i quotidiani di destra esaltano il machismo del presidente del consiglio come una prova “d’italianità”.
Entrata nella vita del “Cavaliere” come Veronica Lario, nel 1980, la Signora Berlusconi è sempre rimasta in disparte. Interprete di ruoli secondari, è stato l’aver calcato il palcoscenico del teatro Manzoni a Milano ad averle permesso di sedurre Silvio Berlusconi, vent’anni più vecchio, sposato e di due figli. Dieci anni e tre figli più tardi, si sposano, sotto il regime della separazione dei beni. Ben presto, le loro vite si separano: fisicamente, non vivono più sotto lo stesso tetto; politicamente: lei non sostiene la guerra in Iraq, vota “si” al referendum sulla fecondazione assistita. “Non ho mai votato per mio marito”, affermerà poi.

In gioco 8 miliardi di euro

Il tempo non ha cambiato nulla: mentre Berlusconi è ossessionato dal voler dar prova del suo vigore, lei sogna “viaggi sulle strade come Chatwin e Kerouac”. Lui fa i complimenti a una deputata del suo partito: “Con lei andrei dovunque”. Lei esige e ottiene pubbliche scuse. Nell’estate 2008, tentano di interpretare il ruolo della coppia riunita. Lei guarda altrove. Dopo la fine dell’estate, Silvio frequenta i night-clubs di Milano, lei assiste all’università di Milano alla discussione della tesi di una delle sue figlie sulla “morale nel capitalismo”.
Dietro questa separazione, c’è in gioco un’altra vicenda: quella del controllo dell’impero Finivest da parte dei figli dei due matrimoni che si frequentano appena e che il divorzio allontanerà di più. Ognuno detiene il 7,65% del capitale. Coalizzati, i tre figli di Veronica – Barbara, Eleonora e Luigi – potrebbero matematicamente prendere il controllo dell’azienda a discapito di Piersilvio e Marina, nati dal primo matrimonio di Berlusconi.
In questa “Dinasty” all’italiana, sono in gioco 8 miliardi di euro. Per quanto riguarda Noemi Letizia, non risponde più al telefonino. Neanche per “Papi”?

Quali conseguenze politiche?

Silvio Berlusconi resterà politicamente indebolito dai commenti della moglie che, secondo la stampa, sarebbe stata ferita dallo scoprire ch’egli “frequenta una minorenne?”. Mentre il capo del governo si vanta di detenere un “record di popolarità” con una percentuale di consenso del 75%, Mario Adinolfi, membro della direzione del Partito democratico (PD), sostiene che il “divorzio è una questione politica”. “Possiamo immaginare Obama resistere ad un colpo simile da parte di Michelle, o Sarkozy toccato in questo modo da Carla Bruni senza che vi sia dibattito pubblico e politico?”, ha proseguito. Invece, Luigi Zanda, senatore del PD, pensa che sia necessario “dissociare le lotte politiche dalle vicende personali”.

[Articolo originale "Les répercussions politiques et financières du divorce de M. Berlusconi" di Philippe Ridet]

sabato 2 maggio 2009

LA BERLUSCONIZZAZIONE DELL'ITALIA, articolo dell'Economist

Pubblico un'articolo di uno dei quotidiani inglesi più autorevoli sulla triste realtà italiana, tradotto da italiadallestero.info

La berlusconizzazione dell’Italia

[Economist]

L’Italia e il suo Premier.
Il Presidente del Consiglio italiano sembra più trincerato che mai.

Se c’è qualcuno che se la passa bene in questo periodo di crisi, è il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi. L’Italia soffre di sicuro: il FMI stima una diminuzione del PIL pari al 4,4% per quest’anno, un calo maggiore di quello che si prospetta per il Regno Unito, Spagna o Francia. Tuttavia, Berlusconi rimane significativamente più popolare della maggior parte degli altri leader europei. Il suo tasso di approvazione questo mese, misurato da IPR Marketing per il sito del quotidiano “La Repubblica”, è di fatto salito fino al 56%.

Parte della spiegazione risiede nel fatto che, dopo un decennio in cui l’Italia ha faticato a tenere il passo dell’Unione Europea, gli italiani sono ormai abituati ai problemi economici. E poiché le sue banche furono meno intraprendenti (o spregiudicate) di quelle americane o britanniche, nessuna di loro è ancora fallita, risparmiando a Berlusconi il tonfo politicamente letale che sarebbe derivato dall’utilizzo soldi pubblici per salvare le tane dei ricchi finanzieri. Eppure la percentuale del suo consenso era in discesa - fino al terremoto de L’Aquila dello scorso 6 aprile.

La risposta di Berlusconi al terremoto sembra spiegare quest’ultima risalita. E’ stato quasi una settimana nelle zone del disastro e ha perfino offerto ospitalità ad alcuni dei sopravvissuti nelle sue abitazioni. Il 23 aprile ha fatto un ulteriore passo audace, dichiarando che avrebbe spostato la sede del vertice del G8 che si terrà il prossimo mese di luglio a L’Aquila, per fare in modo che una parte dei fondi vadano alla ricostruzione della città. Quello stesso giorno annunciò la cifra apparentemente generosa di 8 miliardi di euro da destinare alle zone terremotate (è emerso in seguito che questi fondi sarebbero stati spalmati lungo un arco temporale non inferiore ai 22 anni).

La risposta di Berlusconi al sisma evidenzia un altro fattore che, secondo i propri sostenitori, spiega la sua risalita nei sondaggi. Come dichiarato da un ministro, “questo è il primo governo dalla Seconda Guerra Mondiale che ha dato agli italiani una classe dirigente decisa come quella che di regola si trova in Europa”. Questo dato è in contrasto con i suoi precedenti mandati, in cui egli dovette affrontare degli alleati riottosi. Molti di questi dissidi furono causati dall’UDC, partito di centro che si separò dalla coalizione di centrodestra prima delle elezioni dell’aprile del 2008 che riportarono la destra al governo.

L’attuale coalizione di governo di Berlusconi è di gran lunga più omogenea. A marzo, i primi due partiti -il suo, Forza Italia, e Alleanza Nazionale, nata dal movimento neofascista- si sono uniti in una singola entità, il Popolo delle Libertà. Degli altri due partiti della coalizione, soltanto la Lega Nord ha un peso parlamentare in grado di far saltare il governo.

Per i critici di Berlusconi, la spiegazione della sua popolarità è piuttosto diversa. Lui sta raccogliendo i frutti dell’influenza sulle opinioni dei suoi connazionali che viene da lontano, influenza che nessun politico contemporaneo è in grado di rivaleggiare. Tutti gli italiani al di sotto dei trent’anni sono arrivati alla maturità politica in un Paese dove Berlusconi e la sua famiglia controllavano la metà dell’offerta televisiva, uno dei quattro quotidiani nazionali, una delle due riviste d’informazione e la più grande casa editrice.

Il suo possesso dei media ha cambiato gli atteggiamenti e perfino il significato di alcune parole. Quando entrò in politica nel 1994, pochi avrebbero creduto alle sue affermazioni di essere vittima di un gruppo di magistrati comunisti conniventi; adesso queste affermazioni sono ampiamente ritenute vere. Quindici anni fa, un “azzurro” indicava qualcuno che rappresentava l’Italia negli eventi sportivi internazionali e un “moderato” indicava un elettore di centro. Oggi un “azzurro” è un parlamentare di Forza Italia; un “moderato” è un suo elettore.

La subdola berlusconizzazione dell’Italia potrebbe essere utile per spiegare una tendenza che ha imperversato nel Paese negli ultimi 12 mesi. Non solo per spiegare le divisioni all’interno dell’opposizione e la spaccatura dei sindacati. Serve a spiegare la convinzione che ha attecchito su una buona parte della società convinta che il Premier rimarrà al potere indefinitamente. “Devo dire che non vedo alcuna alternativa a Silvio Berlusconi” ha dichiarato il regista Gabriele Muccino, uno dei molti intellettuali e artisti che hanno espresso recentemente opinioni simili. E’ ironico, in un Paese nel quale la classe politica ha lavorato per 15 anni alla costruzione del bipartitismo. E’ un cattivo presagio per le riforme economiche, verso le quali Berlusconi ha dimostrato pochissimo interesse. Ed è anche preoccupante in qualsiasi democrazia, soprattutto quando vediamo la situazione nel contesto delle parole e delle azioni del Presidente del Consiglio.

Il suo nuovo partito è antidemocratico come lo era prima Forza Italia. Non è stato eletto, bensì acclamato leader durante il congresso di fondazione tenutosi il mese scorso, che gli ha dato l’incarico di nominare l’esecutivo. Come di routine, ha denigrato la magistratura e, da quando è di nuovo al potere, ha mostrato sempre minore considerazione per il Parlamento. Gli espediente procedurali usati dal governo per evitare il dibattito parlamentare sono stati criticati anche dal suo alleato Gianfranco Fini, già leader di AN e ora Presidente della Camera. Berlusconi ha cercato di giustificarsi dicendo che la miriade di pesi e misure presenti nel sistema rendevano l’Italia ingovernabile. Tuttavia, il Presidente Giorgio Napolitano, in una recente replica, ha dichiarato che pareri del genere indicavano “soluzioni autoritarie”. Dopo tutto, il sistema fu creato proprio per evitare il ritorno di un dittatore come Benito Mussolini.

In pochi credono che ci sia il rischio di tornare a quei tempi bui. Ma una serie di libri pubblicati recentemente hanno evidenziato la portata dell’ascendente di Berlusconi e si domandano come intenda sfruttarlo. Massimo Giannini, uno degli autori, argomenta che il suo obiettivo non è “una dittatura in senso classico, ma (…) una variante moderna di un ‘totalitarismo’ post ideologico”.

Il motivo più forte per cui essere preoccupati viene proprio dalle parole di Berlusconi. Durante il congresso inaugurale del suo nuovo partito, egli rammentò ai circa 6.000 delegati che “la sovranità appartiene al popolo”. Tuttavia ha affermato che il suo era “l’unico partito in grado di definire l’identità della nostra gente”. In effetti, ha dichiarato: “Dobbiamo essere un popolo più che un partito”. Questa frase puzza di populismo puro.

I sostenitori di Berlusconi escludono tutti questi sospetti, insistendo sul fatto che il suo unico vero obiettivo a lungo termine è la presidenza (sebbene, forse, soltanto dopo una riforma costituzionale atta a dargli più poteri). Il 25 aprile, il giorno in cui gli italiani ricordano la liberazione alleata del 1945, il Premier ha dato sostegno all’opinione che lui vorrebbe guidare la nazione, non solo la destra. Ha preso parte alle celebrazioni per la prima volta. Successivamente ha ritirato un disegno di legge piuttosto controverso che avrebbe concesso gli onori militari e la pensione di guerraai militanti della tenace milizia di Mussolini.

Ma Berlusconi ha anche approfittato dell’occasione per suggerire che il nome della ricorrenza dovrebbe essere cambiato. Dovrebbe essere il giorno della libertà, non della liberazione. Come, ad esempio, nel Popolo della Libertà?

[Articolo originale "The Berlusconisation of Italy"]

martedì 31 marzo 2009

THE GUARDIAN, Italy: fascism's shadow

Leggere le traduzioni dei quotidiani stranieri che riguardano l'Italia è un'esercizio salutare, che ci da l'idea della condizione di asservimento della nostra stampa, dovuta per lo più all'attuale sistema di finanziamento pubblico dei giornali ...... non si può parlar troppo male di chi li sovvenziona. Così dall'estero si riescono ad avere letture dei fatti di "casa nostra" più obiettive e più vere .......... tolte sempre quelle eccezioni del mondo del giornalismo italiano che però trovano spazio sempre di più in rete e sempre meno in televisione.


The Guardian: “E’ un giorno di vergogna per l’Italia”
The Guardian, 30 marzo 2009


L’obiettivo centrale di Silvio Berlusconi, il Primo Ministro italiano, era da tempo chiaramente e spudoratamente evidente. Fin da quando ha mosso i suoi primi grandi passi nel vuoto politico creatosi nel 1993 dai simultanei scandali di corruzione del governo da un lato, e il collasso del comunismo italiano dall’altro, il signor Berlusconi ha usato la sua carriera politica e il suo potere per proteggere se stesso e il suo impero mediatico dalla legge. Durante il più lungo dei suoi tre periodi come Primo Ministro, il signor Berlusconi non solo ha consolidato la sua già salda presa sul settore italiano dei media - ora ne possiede circa la metà - ma nella passata legislatura si è anche concesso l’immunità dai suoi procedimenti giudiziari. Poi, quando tale legge è stata dichiarata incostituzionale, lo scorso anno il neo rieletto Presidente Berlusconi l’ha portata in una nuova veste ed è con successo diventata legge.Il signor Berlusconi deve il suo successo alla sua audacia e in modo rilevante anche alla profonda debolezza dei suoi oppositori. La sinistra italiana, in particolare, non è riuscita a dare vita a un’efficace opposizione. Ancora, l’ultimo atto di Berlusconi - la fusione nel suo nuovo blocco del Popolo delle Libertà, completato ieri, della sua Forza Italia con Alleanza Nazionale, che deriva direttamente dalla tradizione fascista di Benito Mussolini - può lasciare un segno più duraturo di quello lasciato da qualunque altro magnate populista, sulla vita pubblica italiana.A differenza della Germania postbellica, l’Italia del secondo dopoguerra non si è adeguatamente confrontata con la sua eredità fascista. Come risultato, mentre i neofascisti in Germania non sono mai seriamente riemersi, in Italia vi sono state importanti continuità - ereditate da Mussolini - tra cui leggi e dirigenti e la rinascita postbellica del partito fascista sotto un altro nome a dispetto di una cultura pubblica italiana ufficialmente antifascista. Queste continuità sono appena diventate più forti.E’ un giorno di vergogna per l’Italia.D’altro canto, AN ha percorso una lunga strada in questi ultimi 60 anni. Il suo leader Gianfranco Fini, ha rigettato i costumi della vecchia politica e ha portato il suo partito verso il centro. Ha lavorato per più di 15 anni per l’alleanza del signor Berlusconi, parla della necessità di un dialogo con l’Islam, biasima l’antisemitismo e auspica un’Italia multietnica - posizioni che il signor Berlusconi, con le sue campagne anti-zingari, anti-immigrati e la sua predilezione per un razzismo “soft”, dovrebbe sforzarsi per avvicinare.Nonostante le sue lontante origini liberali, l’Italia è storicamente un paese di destra. Ancora, è molto scioccante pensare che ci sarà un capo di governo tra i 20 leader del mondo a Londra per il vertice economico di questa settimana, che ha ricostruito la sua base politica sulle fondamenta gettate dai fascisti e il quale sostiene che come risultato la destra probabilmente rimarrà al potere per generazioni. (da micromega.it)

lunedì 30 marzo 2009

EL PAIS, "Silvio Berlusconi riscrive la storia"

Pubblicato sabato 28 marzo 2009 in Spagna
[El Pais]
Al congresso fondando il Partito della Libertà il Premier reinterpreta il suo passato
Ieri sera, a Roma, più di 6000 delegati si sono alzati in piedi per applaudire Silvio Berlusconi, il leader e magnate che ha riscritto la storia contemporanea italiana. Il Cavaliere ha annunciato la fondazione del Popolo della Libertà, la fusione del suo partito antipartitico, Forza Italia, con la postfascista Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, ed altre formazioni minori.
In 85 minuti, Berlusconi ha fatto un bilancio storico della sua carriera politica. È stato un discorso lungo, serio, noioso, senza battute né sorprese. Alla fine ha lasciato intravedere (ma questo lo spiegherà domenica) che la Costituzione italiana deve essere cambiata per “accorciare i tempi dell’esecutivo”.
Com’era previsto, ha ringraziato Fini per la collaborazione di questi anni (grande ovazione) e Umberto Bossi, alleato della Lega Nord (timidi applausi), ha reso omaggio al Papa, agli Stati Uniti e, al più acclamato di tutti, Bettino Craxi, il “carissimo amico” che riuscì a far sì che le sue reti televisive creassero un duopolio con la RAI. Quindici anni fa, quando Berlusconi decise di entrare in politica, il Partito Socialista di Craxi, che aveva generosamente finanziato, stava marcendo in un mare di corruzione. Craxi fuggì dal paese e Berlusconi creò Forza Italia, reclutando, come ha ricordato il suo scudiero siciliano Marcello Dell’Utri, tutti i dipendenti di Publitalia per riempire le liste.
Dopo l’era di Mani Pulite, nel 1994 il Cavaliere vinse le elezioni, ma durò solo pochi mesi al Governo. Dopo venne la “traversata del deserto”, decine di processi contro di lui, le sue imprese ed i suoi collaboratori. Berlusconi se l’è sempre cavata, qualche volta assolto, altre volte grazie alla prescrizione, altre per amnistia, altre ancora perché il reato contestatogli aveva smesso di essere tale grazie ad una legge approvata da lui stesso.
Oggi, niente di tutto ciò importa più. Alla maggioranza degli italiani il conflitto di interessi non importa nulla. Il Cavaliere non ha parlato dei suoi trascorsi giudiziari nel suo discorso, salvo per far cenno alla “magistratura comunista”. Padrone di un impero finanziario, mediatico, editoriale, calcistico e cinematografico, Berlusconi si sente immune. Per una ragione. Governa senza opposizione.
[Articolo originale di Miguel Mora]

[traduzione: italiadallestero.info]

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martedì 24 marzo 2009

EL PAIS PARLA DI NOI, La crisis amenaza la libertad de prensa en Italia

In Italia la crisi minaccia la libertà di stampa
Pubblicato sabato 21 marzo 2009 in Spagna
[El Paìs]
Il Governo manovra per piazzare uomini di fiducia a capo dei giornali di maggior prestigio
Il cataclisma finanziario, la crisi pubblicitaria, l’adattamento all’universo digitale e i licenziamenti dei giornalisti sono temi comuni a tutti i giornali del mondo.
Molti esperti, e non pochi lettori, temono che tale situazione incida sulla qualità della stampa. In Italia, forse il paese europeo insieme alla Russia in cui il controllo politico dei media è meno discutibile, l’inquietudine è doppia.
Al duopolio televisivo, o più semplicemente monopolio assoluto, formato da Mediaset e RAI, potrebbe aggiungersi molto presto una sorta di rivoluzione della stampa.
Dietro a questo movimento tellurico in elaborazione risuona il solito nome: Silvio Berlusconi, magnate dei media e primo ministro, il cui nuovo obiettivo sono le due testate giornalistiche milanesi di maggior prestigio, Corriere della Sera, il più importante quotidiano italiano, e Il Sole 24 Ore, il principale giornale economico nazionale.
“Questa volta Berlusconi non farà prigionieri, vuole controllare tutto e lo farà”, dice Giancarlo Santalmassi, giornalista RAI dal 1962 al 1999 e direttore di Radio24 fino a quando, l’autunno scorso, fu allontanato dopo essere stato dichiarato nemico ufficiale del Governo del Cavaliere nel 2006.
Enzo Marzo, storico giornalista del Corriere, è pienamente d’accordo con Santalmassi; giovedì scorso, nel corso di un dibattito sulla libertà di stampa che si è svolto presso la sede della Commissione Europea a Roma, ha affermato che la battaglia per la direzione del giornale è già iniziata.
Il nucleo dirigente del gruppo RCS (editore di Unedisa in Spagna) e proprietario del Corriere, spiega Marzo, ha ritirato la fiducia al direttore del quotidiano, Paolo Mieli, e sta valutando due sostituti: il primo, Carlo Rossella, sponsorizzato da Berlusconi e il secondo, Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero che, come ricorda Marzo, “divenne famoso durante l’ultima notte elettorale perchè fu pizzicato da una telecamera mentre concordava al telefono con il portavoce di Casini (leader dei democratici dell’UDC e genero dell’editore del quotidiano) il titolo principale che avrebbe piazzato il giorno dopo”.
Rossella è il presidente di Medusa, società di distribuzione cinematografica di Berlusconi, ed ha ricevuto la benedizione de Il Giornale, quotidiano della famiglia del magnate che ha ricordato che il Cavaliere “lo tiene particolarmente a cuore e gli ha già dato l’incarico di dirigere le sue due più grandi testate, Panorama e TG5 [ il telegiornale di Canale 5]”.
All’interno del RCS, Rossella conta su altri importanti sostenitori: Diego della Valle, proprietario di Tod’s e della Fiorentina, e Luca Cordero di Montezemolo, patron della Fiat e del gruppo Ferrari e amministratore delegato de La Stampa.
Ma la parola di Berlusconi sarà quella decisiva, spiega senza ombra di pudore il quotidiano di suo fratello, perché mentre la crisi strangola i giornali, “l’intero sistema bancario dipende dal primo ministro”.
Napoletano ha le sue carte: non dispiace a Berlusconi ed è tra i pochi che comunicano telefonicamente con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia ed editorialista de Il Messaggero.
Secondo Il Giornale il ministro “sa che il peggio della crisi economica sta per arrivare” e la sua idea è quella di piazzare Napoletano a Il Sole (proprietà, come Radio24, del patronato di Confindustria) e di passare al suo attuale direttore, Ferruccio de Bortoli, il timone del Corriere.
Se non parlassimo dell’Italia tutto questo affanno sarebbe inverosimile, degno al massimo di un articolo scandalistico. Ma tutte le fonti sono concordi nel segnalare che si tratta di “manovre serie e reali” il cui effetto causerà “un terremoto”.
Il malcontento del Governo nei confronti di un altro giornale, La Stampa di Torino, proprietà della Fiat è palese. Secondo l’entourage berlusconiano, il suo direttore Giulio Anselmi sarà tentato con un’altra importante poltrona: quella di presidente dell’agenzia ufficiale Ansa. Se dovesse accettare, prenderebbe il suo posto un direttore meno ostile al Governo.
Mentre questo disegno politico prende corpo, i media italiani cercano, per quanto possibile, di tener testa a questa tempesta. Il presidente del RCS Piergaetano Marchetti, che ha visto nel 2008 scendere i profitti del gruppo a 38 milioni di euro rispetto ai 220 milioni del 2007, ha confermato che stanno soffrendo “tagli pubblicitari feroci ed immediati”.
E il suo amministratore delegato ha annunciato che l’andamento del gruppo dei primi mesi dell’anno obbligherà a “una riduzione del personale”. “Bisogna agire sui costi e sui modelli economici in Italia e all’estero”.
Marco Benedetto, vicepresidente del Gruppo Espresso, prevede anch’egli “tagli e cambiamenti”. Ironicamente Benedetto non è pessimista sul futuro del settore: “Tra una decina d’anni sarà splendido”.
[Articolo originale di MIGUEL MORA]

domenica 22 marzo 2009

THE ECONOMIST: SILVIO, THE ACTRESS AND THE LAW (Silvio, l'attrice e la legge)

Silvio, l’attrice e la legge
Pubblicato giovedì 12 marzo 2009 in Inghilterra
[The Economist]
Sospetti sul tentativo dell’Italia di riformare la magistratura
La storia delle pressioni di Silvio Berlusconi per assicurare delle parti in TV ad alcune attricette è uno dei racconti più strani e degni di nota della colorita vicenda del Presidente del Consiglio italiano. Nel 2007 un quotidiano italiano pubblicò delle indiscrezioni relative ad alcune trascrizioni telefoniche tra Berlusconi, allora capo dell’opposizione, e un importante dirigente della televisione pubblica italiana. In una di queste Berlusconi, cercando di rovesciare la risicata maggioranza al Senato del governo di centro-sinistra, viene citato mentre spiega: “Sto cercando di ottenere la maggioranza in Senato”. “Una persona con la quale sto negoziando mi ha chiesto di raccomandare” un’attrice formosa.
L’inevitabile sospetto fu che Berlusconi stava tentando di convincere alcuni deputati a cambiare orientamento utilizzando il più vecchio dei trucchi nel suo repertorio. Il 25 febbraio, però, il caso è stato archiviato. I magistrati hanno affermato che non vi erano sufficienti prove di reato per procedere sia contro Berlusconi sia contro il dirigente. Quello stesso giorno, stranamente, il Partito della Libertà di Berlusconi (PdL) propose una delle misure più draconiane mai pensate in un disegno di legge scritto per limitare le intercettazioni e la pubblicazione dei loro contenuti.
L’episodio illustra l’origine di molti dei dubbi che circondano Berlusconi in merito ai suoi ultimi tentativi di riscrivere il sistema legale: sta davvero cercando di migliorare i bassi standard della giustizia italiana, oppure sta cercando di proteggere i suoi interessi?
Tutti concordano nel dire che il sistema esistente è un incubo: invadente ma lento, costoso e imprevedibile. I suoi difetti non sono solo una questione di ingiustizia sociale. Ci aiutano a capire perché l’Italia attragga relativamente pochi investimenti stranieri. Secondo un’indagine del 2009 della Banca Mondiale sulla facilità di fare affari, il sistema giuridico italiano offre agli investitori meno protezione del Mozambico; i contratti sono più difficili da far rispettare che in Colombia.
Angelino Alfano, Ministro della giustizia, afferma che ci vogliono più di 31 mesi, mediamente, per portare un caso davanti ad un tribunale; ci sono più di 5 milioni di processi civili e 3 milioni di processi penali in sospeso. Il denaro è parte del problema. I tribunali sono mal-finanziati, e il poco denaro disponibile viene speso per finanziare un’infinità di tribunali troppo piccoli. Nei processi penali inoltre sia la difesa che l’accusa hanno diritto ad almeno due appelli.
Il risparmio è una giustificazione per la prima riforma proposta, che ha a che vedere soprattutto con la restrizione delle intercettazioni. Anche Saverio Borrelli, il magistrato che ha condotto la manovra anti-corruzione chiamata “Mani Pulite” che quindici anni fa ha spazzato via il vecchio ordine politico, riconosce che gli inquirenti italiani fanno troppo liberamente – e pigramente – affidamento sulle intercettazioni telefoniche e quelle ambientali.
La proposta di legge prevede che un’intercettazione telefonica debba essere autorizzata da tre giudici; che ci siano “evidenti” indicazioni di colpevolezza; e – con l’eccezione di reati di mafia e terrorismo – che non duri più sessanta giorni. L’organismo di autoregolamentazione giudiziaria ha criticato le prime versioni della proposta definendole “un serio ostacolo all’attività investigativa”; ha affermato che andrebbe a beneficio dei truffatori, dei ricattatori e dei pedofili. Sotto pressione, il governo ha ritirato alcune delle disposizioni più controverse.
Tuttavia, alcuni aspetti preoccupano giornalisti e avvocati, come le pene rigide previste per la pubblicazione delle intercettazioni, parte di un giro di vite proposto sulle notizie che va dall’arresto al rinvio a giudizio. Oggi le prove dell’azione giudiziaria possono essere pubblicate non appena vengono consegnata alla difesa. Terze parti innocenti possono trovare i loro pensieri più intimi diffusi in pubblico. Ma visti i ritmi lenti dei tribunali, restrizioni del genere, simili a quelle britanniche, potrebbero significare che accuse pesanti possano venire allo scoperto soltanto molto tempo dopo che i fatti si sono verificati.
Una seconda proposta di legge revisionerebbe i lavori della magistratura. Alcuni passaggi, come quello sulla riduzione del numero di appelli, potrebbero aiutare. Ma la riforma principale, separando le carriere del pubblico ministero e del giudice, potrebbe rendere la giustizia più equa ma non più rapida. Un cambiamento, bloccare le prove di un processo qualora venisse portato in appello, rallenterebbe i procedimenti. E inoltre proteggerebbe Berlusconi dopo l’arresto il mese scorso del suo ex avvocato, David Mills, con l’accusa di corruzione.



(english version) Silvio, the actress and the law
Mar 12th 2009 ROME


From The Economist print edition
Suspicions surround Italy’s attempt to reform the judiciary
THE story of Silvio Berlusconi’s lobbying to secure television parts for glamorous actresses is one of the more strange and memorable tales of the Italian prime minister’s colourful history. In 2007 an Italian newspaper published leaked transcripts of telephone calls between Mr Berlusconi, then leader of the opposition, and a senior executive at Italy’s public broadcaster. In one of them Mr Berlusconi, seeking to upset the centre-left government’s narrow majority in the upper house, is quoted as explaining that “I’m trying to get the majority in the Senate”. One voluptuous actress has “been requested from me by someone with whom I am negotiating”.
The inevitable suspicion was that Mr Berlusconi was trying to persuade legislators to defect by using the oldest bait in the book. On February 25th, however, the case was dropped. Prosecutors said there was insufficient evidence of wrongdoing for either Mr Berlusconi or the executive to be tried. On the same day, oddly, Mr Berlusconi’s People of Freedom (PdL) alliance dropped some of the more draconian measures in a bill designed to limit wiretaps and reports of their contents.


The episode illustrates many of the misgivings that surround Mr Berlusconi in his latest effort to overhaul the legal system: is he really seeking to enhance Italy’s poor standards of justice, or is he trying to protect his own interests?
All agree that the existing system is a nightmare: intrusive yet slow, costly and unpredictable. Its shortcomings are not just a matter of social fairness. They help explain why Italy attracts comparatively little foreign investment. According to a 2009 survey by the World Bank on the ease of doing business, Italy’s judicial system offers investors less protection than does Mozambique’s; contracts are more difficult to enforce in Italy than in Colombia.
Angelino Alfano, the justice minister, says it takes more than 31 months on average to bring a case to court; more than 5m civil and 3m criminal cases are pending. Money is part of the problem. The courts are poorly financed, and the limited money available is spent on too many small courthouses. In criminal trials, moreover, both defence and prosecution are allowed at least two appeals.
Saving money is one justification for the first proposed reform, which deals primarily with restricting wiretaps. Even Saverio Borrelli, the prosecutor who led the so-called Mani Pulite (Clean Hands) anti-corruption drive that swept away Italy’s old political order 15 years ago, recognises that Italian investigators resort much too freely—and lazily—to telephone-tapping and eavesdropping.
The bill says a telephone tap would have to be authorised by three judges; they would need “evident” indications of guilt; and with the exception of Mafia or terrorism cases, it could not last more than 60 days. The judiciary’s self-regulatory body has criticised earlier versions of the bill as “a serious obstacle to investigative activity”; it said it would benefit fraudsters, blackmailers and paedophiles. Under pressure, the government has removed some of the most controversial provisions.
Still, some remaining aspects worry journalists and lawyers, such as the stiff penalties suggested for the publication of wiretaps, part of a proposed news clampdown from arrest to indictment. Currently, prosecution evidence can be published as soon as it is handed to the defence. Innocent third parties can find their most intimate thoughts aired in public. But given the sloth-like pace of the courts, such British-style restrictions may mean that serious allegations are heard about only long after the event.
A second bill would overhaul the workings of the judiciary. Some steps, like curbing appeals, will help. But the main reform, splitting the jobs of prosecutor and judge, may make justice fairer but not swifter. One change, stopping the findings of one trial being applied to another one, would slow down proceedings. And it would also shield Mr Berlusconi after the conviction last month of his former lawyer, David Mills, on bribery charges.


venerdì 6 marzo 2009

ARD TAGESSCHAU, articolo sulla politica di Berlusconi "Hofberichterstattung und hübsche Damen"

Giornalismo di corte e belle signore
Pubblicato domenica 1 marzo 2009 in Germania
[ARD Tagesschau]
Come funziona la politica mediatica di Berlusconi
In una democrazia i media dovrebbe essere indipendenti dlala politica. In Italia non se ne parla neanche: la più importante emittente televisiva è controllata da Berlusconi in persona. E in caso di concorrenza sgradita, emana leggi ad hoc.
Immaginate che un giorno la cancelliera Angela Merkel si metta a raccontare in pubblico una barzelletta sui campi di concentramento. Senza esagerazioni nel giro di poche ore perderebbe il suo incarico. Il titolo di copertina dello “Spiegel”, telegiornali in edizione speciale e l’apertura in tutti i quotidiani sarebbero con certezza dedicati a lei.
In Italia la situazione è diversa. Lì il capo del governo in carica può raccontare una barzelletta sui campi di concentramento imitando addirittura l’accento tedesco senza che nessuno se ne interessi minimamente.
Solo una breve notizia
Questo è successo il 17 gennaio quando Silvio Berlusconi era ospite al Teatro di Nuoro in Sardegna. L’agenzia Ansa ha riportato alle ore 21.41 solo una breve notizia mentre i media italiani non ne hanno parlato affatto. Questo fatto è un buon esempio di come funziona il panorama mediatico italiano, cioè di come non funziona.
La causa principale è il capo del governo stesso, il quale nonostante le tante promesse, non ha mai risolto il suo conflitto d’interessi. Visto che Berlusconi controlla praticamente il 90% del mercato televisivo. I suoi tre canali Mediaset e la Rai, canale statale, ma ormai non più pubblico.
Oltre alla sua casa editrice Mondadori controlla una grossa fetta del mercato dei giornali e ha anche le mani in pasta in alcuni quotidiani. “Il Giornale”, ad esempio, un giornalaccio di orientamento di destra, appartiene a suo fratello. Il giorno dopo la morte della paziente in stato di coma vegetativo, Eluana Englaro, titolava: “L’hanno uccisa” e riferiva dei vani sforzi del capo del governo di salvarla.
Non un popolo di lettori
Logicamente il quotidiano difende sempre i comportamenti di Berlusconi, a prescindere da come questi possano apparire. Ci sono, a conti fatti, molti giornali di partito o vicini ad un partito ma anche alcuni quotidiani veramente indipendenti. Il “Corriere della Sera” di Milano è uno di questi, o anche “La Repubblica” di Roma.
Entrambi i giornali hanno tuttavia solo una tiratura di 600.000 copie ciascuno. Dato che gli italiani non sono un popolo di lettori di giornali. Gli abbonamenti ai quotidiani sono rarissimi. Il giornale si compra la mattina all’edicola. Ma ci si informa soprattutto attraverso la televisione.
Campagna mediatica spazza via il candidato della sinistra
Anche se i programmi sono a volte qualitativamente bassissimi la televisione in molte case è accesa dalla mattina alla sera. E poi anche l’ascolto della radio non è molto diffuso.
Così Berlusconi è riuscito, fra le altre cose, a sopraffare la Sardegna durante la campagna elettorale regionale con una campagna mediatica di una tale portata che il presidente della regione sino a quel momento in carica – il fondatore del colosso delle telecomunicazioni Tiscali e candidato della sinistra – durante l’elezione è stato letteralmente spazzato via da un candidato sconosciuto.Imposte più onerose per la fastidiosa concorrenza
Il presidente del consiglio non ha remore ad utilizzare il suo potere politico e finanziario per il suo tornaconto personale. Quando la tv a pagamento Sky del concorrente Murdoch è diventata troppo fastidiosa – la multinazionale ha nel suo pacchetto anche un canale dedicato all’informazione del tutto rispettabile, seguito soprattutto dai giornalisti – alle tv commerciali è stata d’un tratto semplicemente raddoppiata l’Iva. Reclamare e’ inutile, la coalizione di governo di Berlusconi gode di un ampia maggioranza in entrambi i rami del Parlamento.
Anche i giornalisti o i presentatori scomodi vengono allontanati volentieri dalle trasmissioni o rimpiazzati. Quando durante un’intervista al capo del governo non piacciono le domande, lui si alza e se ne va. Preferibilmente si fa intervistare da giornalisti di corte come Bruno Vespa.
I posti in Rai alle signore di bell’aspetto?
Al momento Berlusconi sta lavorando per ostacolare la libertà di stampa anche attraverso una legge. Così in una prima bozza era stato previsto il carcere per i giornalisti che pubblicano le intercettazioni telefoniche. Che questi accedano ai colloqui intercettati spesso attraverso ambienti della magistratura – in Italia pratica diffusa – non ha nessuna importanza.
Probabile motivo di questo provvedimento: una intercettazione diventata di dominio pubblico che riguardava lo stesso Berlusconi e nella quale lui cercava di sistemare alcune signore di scarsa professionalità, ma di bell’aspetto alla Rai, la televisione pubblica. Al Ministero delle Pari Opportunità non c’era più nessun posto, lì ci aveva già sistemato Mara Carfagna, una ex showgirl di uno dei suoi canali televisivi ed ex candidata all’elezione di Miss Italia.
[Articolo originale di Stefan Troendle]
[traduzione: info@ItaliadallEstero.info]